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di Sebastiano Ardita, magistrato

Dopo 25 anni la corruzione è cambiata poco, sono cambiate forse le forme del suo contrasto, non in senso migliorativo come potrebbe pensarsi ma in senso peggiorativo. Oggi è molto più difficile sia individuare la corruzione rispetto a quanto non lo fosse 25 o 26 anni fa, sia portare i responsabili di fronte alle loro responsabilità, far sì che paghino per le loro colpe. Questo perché il nostro sistema si è in qualche misura adeguato a una visione restrittiva degli strumenti di contrasto.

Si è pensato, in Italia, di intervenire sugli strumenti di giustizia considerando questa esperienza giudiziaria un’anomalia. Esattamente il contrario di quello che avveniva in America, dove dei primi anni 90, nel 91, scoppiò quasi in parallelo con le indagini di Tangentopoli uno scandalo molto importante che coinvolse alcuni parlamentari dell’Arizona, e che riguardava l’approvazione di una legge per la quale erano state versate delle tangenti da soggetti che erano interessati all’apertura di alcuni casinò. L’operazione venne condotta in America attraverso agenti sotto copertura, e portò all’incriminazione di oltre 20 persone.

Quello scandalo è rimasto nella coscienza del popolo americano come un fatto gravissimo che non deve mai più ripetersi. L’opposto di ciò che accade in Italia, dove si parla di Tangentopoli come di un fenomeno quasi di deviazione istituzionale, quasi un’esondazione del mondo giudiziario sulle vicende della politica. Ciò ha condotto quindi a conseguenze opposte, cioè nel nostro Paese si sono adottate misure anche processuali che limitano l’azione investigativa e si è fatto ritenere purtroppo da parte della politica che si potesse incidere sulla corruzione con strumenti del tutto blandi, come ad esempio strumenti amministrativi.

Fa sorridere l’idea che la lotta alla corruzione passi per l’autorità anticorruzione, perché la corruzione è un fenomeno non solo seriale ma raffinatissimo, divenuto in Italia ormai quasi specialistico e dunque vaccinato dalle possibili indagini, con una cifra nera altissima. Nel nostro Paese sono state rilevate dalla Corte dei Conti, da organi ufficiali, misure impressionanti del fenomeno, che potrebbe incidere nell’ordine dei 60 miliardi di euro. Ma se noi andiamo a guardare in concreto quelle che sono state le attività di ablazione – e cioè i sequestri dei beni per corruzione – ci accorgiamo che non superano i 15 milioni di euro e quindi una cifra assolutamente marginale. Il fenomeno della corruzione è dunque in qualche misura collegato a variabili nascoste, occulte, che però emergono da semplici constatazioni in ordine alle quali le responsabilità politiche nella gestione degli strumenti di giustizia sono enormi, perché negli ultimi anni si è assistito ad un depotenziamento degli strumenti.

Ciò è avvenuto prima con i collaboratori di giustizia, – utilizzati negli anni 90 come strumento per incidere contro Cosa Nostra dopo le stragi – e poi con le intercettazioni telefoniche; per non parlare poi degli strumenti che rendono inutili i processi, per esempio la prescrizione o una serie di strumenti che consentono vie alternative alla sanzione che finiscono per depotenziare il sistema penale, e che nel nostro Paese sono molto presenti. Il dato dei 60 miliardi di incidenza della corruzione – che da qualcuno viene contestato, è un dato spaventoso, e fa comprendere da subito come il nostro Paese rinunci alla sua stabilità di bilancio, rinunci alla sua integrità sul piano finanziario, non contrastando un fenomeno – risolto il quale – queste somme rientrerebbero in possesso della collettività: l’opposto di quello che avviene ancora una volta in America. Obama che si trovò all’inizio della sua esperienza di presidente a confrontarsi con il fenomeno del debito pubblico e col problema della crisi finanziaria, ha deciso di combatterlo attraverso la legge anticorruzione e anche grazie a questa, per espressa rilevazione degli analisti americani, è riuscito a risolvere il problema della crisi economica negli USA. Il nostro Paese non fa questa scelta.

Chiunque commette una corruzione sia che svolga una funzione dal lato del pubblico ufficiale, sia che la svolga dal lato del privato interessato ad avere un vantaggio, risponde penalmente, dunque nessuno denuncia, tutti hanno l’interesse a coprirsi. Tempo fa un ricercatore ha provato a verificare quale fosse il costo chilometrico della TAV, della ferrovia alta velocità in Europa. Ebbene: mentre in Spagna e in Francia questo costo si aggira orientativamente in modo omogeneo intorno ai 10 milioni di euro al km, nel nostro Paese oscilla tra i 70 e i 100 milioni di euro. Bisogna interrogarsi, chiedersi il motivo di una differenza così rilevante di costi. La spiegazione non può essere che questa: l’incidenza della corruzione. Negli anni 70-80, prima di Tangentopoli, questo fenomeno era abbastanza diffuso attraverso un meccanismo di riversamento diretto di mezzi economici ai soggetti corrotti, le cosiddette mazzette, le valigette.

E’ chiaro che negli anni 2000 e via andando è accaduto che la tracciabilità dei versamenti, di ogni forma di trasferimento economico bancario e le impossibilità di effettuare prelevamenti per contanti, hanno fatto sì che si cambiasse sistema. Prima si è passati dall’ utilizzo di strumenti bancari esteri; poi quando la tracciabilità è divenuta la regola ed è stato possibile avere informazioni e reti di collaborazione istituzionale con altri Paesi, si è cambiato metodo. Dunque oggi la corruzione passa attraverso le consulenze oppure attraverso altre forme di partecipazione o la cessione apparente di attività economiche ultra valutate, ovvero di servizi pagati con corrispettivi che sono multipli di quello che è il valore effettivo.

Oppure addirittura attraverso la partecipazione societaria, cioè il soggetto che è interessato, il pubblico ufficiale, partecipa in qualche misura ad aziende, a società, con pacchetti, con opzioni che consentono di ritirare una parte del beneficio come se fosse il frutto di un’attività aziendale. Per combattere il fenomeno della corruzione occorrono diverse risposte, in primo luogo sul piano investigativo della repressione e poi anche sul sul piano culturale. Quella sul piano della repressione presuppone l’utilizzo di strumenti che siano particolarmente capaci di individuare un fenomeno che è sommerso.

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