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di Manlio Di Stefano

L’accordo da 50 milioni di euro stipulato tra il presidente del Consiglio Gentiloni e il presidente del Niger Mahamadou Issoufou, per contrastare il passaggio attraverso il Sahel degli emigranti africani diretti in Europa, rappresenta un caso tipico di buone intenzioni seguite da azioni controproducenti. La sostanza dell’accordo prevede un’azione di controllo delle frontiere nigerine in uscita, ossia lungo il confine con il sud della Libia, e la creazione di un centro di “accoglienza” per gli emigranti intercettati nel nord del Niger.
Questo accordo è basato su un assunto che il Niger, con l’aiuto della Francia, ha trasformato in senso comune: in virtù della “libertà di circolazione” esistente nello spazio economico della Comunità degli stati dell’Africa occidentale (CEDEAO), una sorta di “Schengen del Sahel”, nessuna azione di contrasto all’emigrazione può essere messa in atto prima di Agadez, città posta 1000 km a nord della capitale nigerina Niamey, in pieno deserto del Sahara. Gli emigranti, quindi, possono legalmente entrare in Niger, e li si può intercettare solo a partire da una immaginaria “zona rossa” situata, appunto, a nord di Agadez.

Questa strategia “settentrionale”, tuttavia, è la scelta peggiore possibile:
mette a repentaglio l’incolumità degli emigranti illegali, minimizza le probabilità di arrestare o anche solo ridurre significativamente i flussi migratori, massimizza i costi e le difficoltà tecniche dell’operazione e allunga a dismisura i tempi per ottenere risultati anche modesti.
Vari esperti hanno cercato, sinora inutilmente, di promuovere una strategia “meridionale” alternativa, che si appoggia sull’esistenza di una barriera naturale, il fiume Niger, facilmente controllabile con una minima parte dei costi della strategia “settentrionale” e con ampie garanzie di risultati efficaci e in tempi brevi, oltre a contribuire alla lotta contro i terroristi di Boko Haram e rispettare in pieno la legislazione e i regolamenti nigerini e CEDEAO.

La legge nigerina, al contrario di quanto sostengano le autorità di Niamey, non solo consente, ma addirittura impone il respingimento alla frontiera di tutti i cittadini di paesi CEDEAO che non abbiano i documenti in regola, che non abbiano ottenuto un timbro d’ingresso a un posto di frontiera ufficiale e che non siano già in possesso di un visto per l’Algeria o la Libia. Poiché il 100% di coloro che attraversano il Niger è in difetto rispetto a uno o più, o tutti questi elementi obbligatori, si può affermare senza tema di smentite che tutti gli emigranti che attraversano il Niger lo fanno illegalmente, e avrebbero dovuto essere respinti in entrata, quando farlo non pone problemi legali, logistici o etici, oltre a costare pochissimo, e non 1000km più a nord, in pieno deserto del Sahara, dove il rischio di tragedie, i costi e i problemi legali sono incomparabilmente peggiori.

Fortunatamente per noi, nonostante l’incapacità di Gentiloni (siamo certi si tratti solo di questo?) nulla è perduto. La messa in sicurezza delle frontiere sud del Niger, infatti, può essere realizzata anche in presenza di questo stupido accordo tra il nostro paese e il Niger. Con una spesa inferiore si otterranno risultati migliori e si riuscirà anche ad aiutare il Niger nella sua lotta contro i tagliagole di Boko Haram, affiliati allo Stato Islamico. Certo, la strategia “meridionale” non è ben vista dai nigerini proprio perché efficace, e perché i proventi del traffico di emigranti, grazie alla corruzione, finiscono per entrare anche in tasca a molti funzionari e poliziotti del paese.
E non è particolarmente ben vista dall’attuale governo di François Hollande del Partito Socialista francese membro anch’egli dell’Internazionale Socialista esattamente come il Presidente Issoufou del Partito Nigerino per la Democrazia e il Socialismo.
Questioni politiche, certamente, ma non sufficienti per sperperare i nostri soldi con strategie inefficaci e che mettono a repentaglio delle vite umane.

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