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#ProgrammaAgricoltura: I piani strategici nazionali

Oggi discutiamo il secondo quesito del programma Agricoltura del MoVimento 5 Stelle. La votazione si terrà la prossima settimana Il fabbisogno nazionale di beni alimentari di trasformazione di materie prime spesso non è sufficientemente supportato. In un anno disgraziato come il 2016 il comparto olivicolo ha visto una produzione ridotta del 38% con la conseguenza che la domanda potrà essere soddisfatta per i soli primi sei mesi dell’anno. Stesso discorso per gli altri settori di primaria importanza come quello cerealicolo che ha conosciuto una vera e propria guerra del grano. I piani nazionali riferiti ad alcune delle colture strategiche rappresentano uno degli strumenti in grado di consentire la programmazione di misure volte ad incentivare la produzione attraverso la razionalizzazione degli impianti esistenti, lo studio di nuovi sistemi colturali e la tutela ambientale. Misure che consentono strategie produttive e commerciali tutelanti nel breve, medio e lungo periodo.

di Elio Lannutti, Presidente di Adusbef

Secondo le maggiori associazioni di categoria e sulla base di studi macroeconomici, la produzione italiana di olio d’oliva non è sufficiente al fabbisogno nazionale e alle esigenze di esportazione della nostra produzione di qualità. Si stima infatti che delle 600 mila tonnellate prodotte con piante nostrane, 400 mila vengano destinate all’export e la rimanente parte al mercato interno. La conseguenza è che in annate pessime come il 2016, col 38% in meno della produzione, il fabbisogno nazionale verrà soddisfatto solo per i primi 6 mesi dell’anno, costringendo i produttori ad attingere a materie prime o ad olii di provenienza estera, con l’inevitabile rincaro dei prezzi.

Nel luglio del 2016 la mobilitazione dei produttori di grano, in quella che è stata chiamata “la guerra del grano”, ha messo in luce le difficoltà di uno dei settori strategici della produzione primaria del Paese. Gli effetti sulla coltivazione di frumento in Italia è l’abbandono e desertificazione di un’area di 2 milioni di ettari, il 15 per cento dell’intero territorio nazionale.

I piani nazionali riferiti ad alcune delle colture strategiche rappresentano uno degli strumenti in grado di consentire la programmazione di misure volte ad incentivare la produzione, attraverso la razionalizzazione degli impianti esistenti, lo studio di nuovi sistemi colturali e soprattutto la tutela ambientale.

Sull’allevamento le proposte sono finalizzate a:

a) ottimizzare il processo di raccolta delle informazioni di miglioramento genetico del bestiame, assicurando l’interscambio in tempo reale delle informazioni tra i vari data base esistenti e la fruibilità da parte dei soggetti abilitati all’erogazione del servizio di consulenza alle imprese agricole;

b) prevedere risorse per la selezione e la conservazione delle razze autoctone;

c) eliminare i conflitti di interessi tra l’AIA (Associazione Italiana Allevatori) e gli altri centri privati che operano nel settore del miglioramento genetico delle razze. Potenziando il ruolo dell’Aia per perseguire l’obiettivo di salvaguardare l’allevamento italiano nel segno della distintività, che caratterizza le produzioni zootecniche in termini di qualità e sicurezza alimentare. Va tutelata la biodiversità zootecnica, in quanto la selezione e la conservazione della zootecnia rappresentano un prezioso investimento a lungo termine con effetti a carattere permanente di interesse pubblico finalizzato all’aumento del patrimonio nazionale, al miglioramento genetico, alla salvaguardia della biodiversità. Ulteriore intervento è l’unificazione informativa sul nome e il numero delle razze italiane per implementare e avviare programmi di conservazione efficienti.

L’attivazione di un piano olivicolo nazionale, anche a fronte della necessità di competere con la concorrenza straniera (la Spagna in 20 anni ha predisposto ben 5 piani olivicoli), non può più essere rimandato. Il piano consente l’incremento e il miglioramento della produzione nazionale attraverso la razionalizzazione della coltivazione degli oliveti tradizionali, il rinnovamento degli impianti esistenti e lo studio di nuovi sistemi colturali escludendo gli OGM, mediante un serio sostegno alle attività di ricerca e la tutela ambientale.

Perciò è necessario adottare misure e protocolli che contrastino l’insorgenza di fitopatie da batterio o altre malattie, anche attraverso la promozione di una corretta informazione tra gli addetti del settore riguardo l’utilizzo dei fitofarmaci. È inoltre necessario promuovere un sistema di tracciabilità della produzione olivicola, al fine di consentire al consumatore di conoscere, in modo chiaro e trasparente, le varie fasi per attivare il ciclo completo dalla produzione alla lavorazione e successivo commercio con la promozione di un consumo “informato” dell’olio tramite una capillare e sistematica inculturazione sia sull’olio extra vergine di oliva che sul prodotto “made in Italy”. Va inoltre tutelata l’olivicoltura a valenza paesaggistica, di difesa del territorio e storica.

La crisi del settore cerealicolo, sia sul versante dei prezzi della materia prima che su quello relativo alle peculiarità produttive, impone l’attivazione di un piano cerealicolo nazionale che introduca una programmazione strategica nell’ottica di una visione integrata di sistemi colturali sostenibili, che consentano di qualificare anche le produzioni cerealicole, incluse quelle del settore mangimistico a sostegno delle filiere zootecniche di qualità.

Oltre alla incentivazione degli strumenti di aggregazione di filiera
, quali OP e OI, occorre assumere iniziative mirate ad assicurare all’industria di trasformazione determinati volumi di prodotto e al produttore la collocazione della materia prima ad un prezzo congruo e slegato dalle contrattazioni delle borse merci; a tal fine è urgente l’istituzione di una Commissione unica nazionale per il mercato dei cereali. È importante anche la ricerca e la necessità di orientarne gli obiettivi verso la messa a punto di sistemi di ammodernamento della filiera, a partire dal settore sementiero, oltre a quello agricolo e industriale, anche tramite la costituzione di Gruppi Operativi come previsti dai PSR 2014-2020, la valorizzazione delle produzioni di qualità e la loro innovazione tramite il trasferimento delle conoscenze.

Il lattiero caseario è il settore che maggiormente ha risentito delle politiche interne e comunitarie in termini negativi. Negli ultimi venti anni il paradigma di filiera ha subito notevoli mutamenti, costringendo due terzi degli operatori a chiudere. Seppur con qualche miglioramento, la politica risulta ancora lenta nel sostentamento del comparto, specie in un regime di scarsità produttiva che è ben lontana dal soddisfare il fabbisogno nazionale.

Molto del latte commercializzato in Italia proviene da altri Paesi Europei che hanno una maggiore redditività legata a diversi fattori: un minor costo unitario di produzione, maggiore accesso alle terre, maggiori spazi per gli allevamenti, politiche agricole più efficienti e meno burocratizzate, tecniche di produzione più avanzate dei produttori italiani.

Tale gap accentuato rispetto ad altri Paesi europei, in termini di dimensione media aziendale, resa dei capi, superficie agricola disponibile, dipendenza dall’esterno per i mangimi, deve essere colmato. L’indagine Antitrust- IC51:” fotografa un settore già avviato ad una ristrutturazione intensa, che ha portando alla fuoriuscita di numerose aziende e a un contestuale aumento delle dimensioni e della produttività delle stesse. Il numero delle imprese attive sul mercato si è ridotto di oltre i 2/3 negli ultimi 20 anni, mentre la produzione media commercializzata per allevamento è più che triplicata”.

Tale squilibrio legato all’andamento internazionale dei prezzi, aumenta ancora di più questa leva di filiera, con l’andamento volatile dei prezzi del latte crudo ha portato ad una riduzione degli allevatori. Il Movimento 5 stelle si pone l’obiettivo di incidere sia sulle frodi e nell’etichettatura, nelle caratteristiche produttive, per restituire il potere negoziale dei produttori a livelli competitivi rispetto alla grande industria, mettendo nelle condizioni i piccoli di poter avere un miglior ventaglio di opportunità nel passaggio produzione/trasformazione.




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