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#ProgrammaSicurezza - Sicurezza e libert

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di Renato Scalia

Sicurezza e libertà sono da annoverarsi tra i fondamenti di una civiltà democratica. Queste due variabili vengono spesso considerate l’una in opposizione all’altra, ma in realtà sono finemente complementari.

Quando si invoca più sicurezza – quindi affidandosi alla protezione dello Stato, delle Forze dell’Ordine, dell’Intelligence (servizi segreti e di Informazione) e dell’Esercito – è naturale arrivare a cedere parti anche minime della propria libertà di movimento e della propria privacy, per consentire agli organi ed enti preposti azioni di prevenzione, controllo e difesa. Come qualunque armatura che si rispetti, anche l’armatura invisibile che chiamiamo “sicurezza” deve conoscere e saper interpretare il corpo di chi la indossa, in un reciproco adattamento fra le parti.

Allo stesso tempo, tuttavia, quando aumenta la sicurezza percepita intorno a noi, aumenta anche il nostro senso di libertà.

Una strada buia senza controllo e videosorveglianza è una strada libera. È una strada senza limitazioni o restrizioni, che chiunque può percorrere senza essere visto né registrato. È realisticamente libera. Ma allo stesso tempo è insicura: noi possiamo percorrerla senza lasciare traccia, ma anche chi ci vuole male è libero di fare altrettanto. E la paura che ci viene da questa insicurezza limita inconsciamente la nostra libertà di movimento, al punto da chiederci: mi conviene fare quella strada o è preferibile prenderne un’altra?

Una strada sorvegliata da telecamere e agenti in divisa o in borghese, invece, non è una strada libera. È una strada nella quale il nostro passaggio viene osservato, registrato e archiviato, incrociato con altri dati. Chi è in possesso di quelle informazioni può riconoscerci e identificarci, limitando la nostra privacy. Le Forze dell’Ordine che presidiano quella strada potrebbero anche fermarci e arrestarci, se fossimo fonte di pericolo imminente. Insomma non è una strada realisticamente libera per tutti. Ma è una strada “sicura”, nella quale ci sentiamo più liberi di circolare.

Viviamo in un tempo in cui la minaccia alla sicurezza avviene con modalità nuove, a cui non siamo abituati, in cui gli obiettivi da colpire non sono quelli “dello Stato” ma i cittadini nella loro vita ordinaria. Un tempo in cui gli obiettivi primari della minaccia sono di creare diffidenza incontrollata e paura.

Il rapporto tra sicurezza e libertà non è quindi così scontato. E non è vero che all’aumentare dell’uno diminuisce l’altro e viceversa. Sono due variabili assai complesse in grado di influenzarsi a vicenda, ma che a loro volta subiscono l’influenza di vari e molteplici fattori, come cultura e formazione.

Sono domande alle quali il legislatore è chiamato spesso a rendere conto, suo malgrado, in tempi brevi e a volte brevissimi. Pensiamo, ad esempio, al verificarsi di un fatto tragico e devastante, o all’insorgere di un’inchiesta giudiziaria odiosa. Fra cittadini sgomenti, opposizioni che pressano e l’effettiva necessità ed urgenza di un intervento legislativo, tante volte si tende a fornire risposte in funzione dell’emotività del momento.

Per prevenire il manifestarsi di tali situazioni e per evitare contraddizioni o incoerenze, è necessario disporre fin da subito di un’indicazione chiara e inequivocabile, una linea da seguire che rappresenti il faro della nostra azione politica, una blindatura “a sangue freddo” che ci ponga al riparo dalla frenesia “a caldo”.

Nei mesi scorsi è stato convertito in legge il decreto Minniti sull’immigrazione. Per accelerare lo svolgimento dei processi per ricorso contro il rigetto della domanda di rifugiato, è stato abolito il grado di appello: di fatto, un giudice potrà decidere da solo già in primo grado, senza neanche sentire le parti, emettendo un decreto nel chiuso del suo ufficio.

È una deriva pericolosa: può sembrare necessaria dinnanzi all’emergenza del fenomeno migratorio, ma può trasformarsi nel grimaldello per ridurre tutte le garanzie di difesa e il diritto ad un giusto processo in generale anche in altre materie.

Ancora, si pensi al potere di intervento del Sindaco, introdotto recentemente dal decreto legge sulla sicurezza urbana: esso diventa molto ampio e riguarda una materia assai sensibile, qual è quella dell’ordine pubblico: se dunque i sindaci utilizzeranno questo nuovo potere a fini preventivi, cioè per riqualificare e recuperare le aree più degradate delle città e per promuovere attività di inclusione sociale, sarà di certo una vittoria; ma vista l’indeterminatezza delle norme, c’è il serio rischio che l’applicazione di misure come l’ordine di allontanamento e il divieto di accesso finiscano per ghettizzare ulteriormente soggetti già emarginati, aggravando ancora di più la situazione già preoccupanti in cui versano le nostre periferie.

Ebbene, in questo come in altri casi ci si trova davanti ad un bivio. E spesso mancano i tempi per promuovere un dibattito ragionato e oggettivo. Dunque, la domanda che riteniamo di dover porre agli iscritti si pone l’obiettivo di identificare in maniera chiara e non equivoca gli interessi prevalenti che il Movimento 5 Stelle deve tutelare, evitando che questi interessi prevalenti siano piegati, di volta in volta, alle derive emozionali causate da eventi tragici.

Un obiettivo è quindi chiaro. È necessario evitare, sull’onda della paura, di assumere provvedimenti inutilmente restrittivi delle libertà personali e dei diritti fondamentali della persona.
I provvedimenti da adottare in tema di sicurezza e libertà devono essere efficaci in entrambe le direzioni, e non sbilanciati in favore dell’una o dell’altra parte. Ma quanto dei propri diritti di libertà e privacy, costituzionalmente garantiti, sono disposti a cedere i cittadini a fronte di una crescente richiesta di sicurezza? Fino a che punto il legislatore deve potersi spingere per garantire la sicurezza del proprio popolo? E quando deve fermarsi perché la sua azione legislativa non si trasformi in una limitazione della libertà del popolo tale da minare l’equilibrio democratico del Paese?




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