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Un disastro geopolitico

di Manlio Di Stefano

Bisogna essere chiari come non mai in questo momento storico così drammaticamente complicato e pieno di mezze verità: l’attacco terroristico al Parlamento di Teheran e al mausoleo di Khomeini è un’ulteriore, inequivocabile, dichiarazione di guerra. Una guerra che è in atto, ma della quale ci accorgiamo solo quando le conseguenze colpiscono noi occidentali.

A questo, per comprendere la gravità della crisi in corso, va aggiunta la decisione dei Saud di chiudere ogni rapporto diplomatico e commerciale con il Qatar reo, ufficialmente, di finanziare il terrorismo, nei fatti, di condividere interessi economici con l’Iran e di aver sostenuto la Fratellanza Musulmana. Ma, sopratutto, vanno aggiunte le parole di Trump, che ha elogiato la patria del wahhabismo, l’Arabia Saudita, definendo gli sciiti il male assoluto (che importa poi se il 90% delle cellule terroristiche di matrice islamica sono sunnite).

Perché questo accanimento contro l’Iran? Per due motivi principali. In primo luogo, è lo stato che combatte in modo più efficace il jihadismo sunnita: in Iraq, a fianco del governo a maggioranza sciita di Baghdad, in Siria, con l’aiuto decisivo della Russia, e in Libano sostenendo gli Hezbollah, in lotta con i gruppi radicali sunniti e Israele. In secondo luogo, l’Iran è anche il Paese da sempre nel mirino degli Stati del Golfo e, in particolare, dell’Arabia Saudita, che non hanno esitato a finanziare la guerra di Saddam negli anni Ottanta contro l’Iran e, successivamente, i gruppi fondamentalisti per destituire il principale alleato di Teheran, il governo siriano.
Un’ora prima dei drammatici attenati di Teheran, il ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita scriveva su twitter «l’Iran va punito per il sostegno al terrorismo». La rivendicazione dell’Isis degli attentati a Teheran è, quindi, quasi un marchio di fabbrica, un sanguinoso sigillo a decenni di contrapposizione tra la repubblica islamica e uno degli universi sunniti.

Le parole di condanna dell’attacco in Iran da parte degli Stati Uniti, vaghe e formali, mettono l’occidente con le spalle al muro. Siamo arrivati a uno snodo decisivo della rivalità che da tredici secoli oppone la maggioranza sunnita (circa il 90% dei musulmani del Medio Oriente) alla minoranza sciita. Il mondo sunnita del Medio Oriente ha stretto un patto strategico con i Paesi dell’Occidente, che non esitano a rifornirlo di armi di ogni genere (le visite di Trump, Merkel e May sono emblematiche), chiudendo gli occhi sui disastri che questo comporta in Yemen, Siria e ovunque il terrorismo jihadista sunnita esprima tutta la sua ferocia. Europa compresa.
Le petro-monarchie vengono preferite all’Iran per una ragione semplice: gli Usa sono legati a Riad da un patto di ferro e sono investitori di primo piano anche in Europa. Tutte le maggiori basi americane sono collocate nel Golfo, dal Barhein al Qatar.

Gli Stati Uniti di Trump, nonostante le promesse elettorali, hanno abbracciato la visione saudita, appoggiata da Israele, di equiparare la lotta all’Isis a quella contro l’Iran e chiunque non si allinei, come il Qatar coi suoi affari condivisi con Teheran. Ma se ora, noi come Europa, decidessimo di assecondare questo piano suicida per il Medio Oriente (e per il resto del mondo) dovremmo essere anche pronti a valutare le conseguenze di uno scontro aperto tra il regime saudita e un Paese orgolioso e combattivo come l’Iran. Gli Usa e l’Europa appoggeranno un altro conflitto per abbattare l’Iran? Un conflitto già cominciato in Siria con le operazioni militari americane, britanniche e giordane per tagliare il “corridio iraniano” di sostegno ad Assad e gli Hezbollah. Comprendiamo le ripercussioni di tutto questo?

La dichiarazione di guerra del mondo sunnita a Teheran, con l’attacco al Parlamento è, in estrema sintesi, la sceneggiatura di un disastro geopolitico. Gli Stati Uniti hanno scelto di assecondarlo, noi come Italia dobbiamo fare pressione affinché, almeno questa volta, l’Unione Europea lavori per prevenirlo e non accetti passivamente decisioni (alias migliaia di morti e profughi) altrui.




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